Marco “Benz” Gentile: la musica come karma

Amici di Groovin’, i pareri in quanto tali sono prettamente soggettivi e non definitivi. Ci tengo però a condividerne con voi uno mio personalissimo sicuro di non essere contraddetto. Un mio vecchio amico ha sempre sostenuto che “dove senti che soffia c’è jazz”. Prendendo spunto da questa perla di saggezza, butto li un mio conio: “dove senti buona musica, c’è Benz”. Benz, all’anagrafe Marco Gentile. Il nostro ospite di questa settimana.

Nato a Moncalieri nel 1983, intraprende lo studio del violino con Guido Rimonda all’età di sette anni. Si diploma al Conservatorio “G. Cantelli” di Novara, sotto la guida di Pier Giorgio Rosso. Nel contempo, seguito da Maurizio Redegoso, affianca allo studio del violino quello della viola, diplomandosi al Conservatorio di Novara. Musicista e personalità estremamente eclettica, lo abbiamo intervistato per cercare di entrare nel suo mondo artistico fatto di varietà, idee e tanta tanta qualità.


Polistrumentista, arrangiatore, produttore, compositore… ti ascolto fare ska reggae alla chitarra e dico Benz è un chitarrista, poi vengo a vedere un concerto di Bianco metti due note al piano e mi auto correggo… no è un pianista… quindi mi faccio un aperitivo a Torino dove suoni il violino con gli Ashville e vado in confusione…facci chiarezza… chi è Marco Benz Gentile?

“Sono uno a cui piace parecchio suonare e creare musica. Di quando ero bambino se dovessi stringere parecchio ricordo tre cose divertenti, stare sugli alberi – la bmx – suonare. Penso anche che sulle proprie passioni uno cerchi di superare i limiti, non di starci dentro, per cui sulla musica, dove c’era margine, ho aperto abbastanza, ho buttato benzina sul fuoco e facendo così insomma le cose si fanno. Sul polistrumentismo mi viene da dire che dopo un po’ che cucini arrosti magari un giorno ti viene voglia di provare a fare la cheesecake, no? Potessi avere giornate triple studierei ancora, ci sarebbe da studiare e ampliare sempre, come tutte le cose fighe nella vita, sono capitoli infiniti, non limitati”.

Si lavora per ottenere soddisfazioni e realizzarsi, almeno questo è il nostro pensiero… in ormai un paio di decenni di carriera musicale…raccontaci soddisfazioni e perché no anche qualche ostacolo che hai dovuto superare.

“Sono abbastanza soddisfatto di quello che per ora ho vissuto da musicista (più o meno vent’anni), ho avuto la fortuna, stando in giro, di incontrare tanta gente, nuova, ogni giorno, ogni tanto hai bisogno di un periodo così, anche se non lo sai quando poi sei in tour te ne rendi conto. Ne avevi bisogno, serve a ri-tarare la bolla del cervello, quella che ti dice teoricamente cosa è dritto e cosa è storto. Poi ho conosciuto e frequentato alcuni grandi musicisti e maestri di tutto il mondo, gente che ha inventato generi musicali, o un modo di suonare che è rimasto nella storia, e questa la considero una fortuna pazzesca. Ho suonato centinaia di concerti, soprattutto apprezzo il fatto di aver viaggiato per farlo e quindi di aver visto qualcosa della enorme varietà umana, cosa che reputo preziosa di questi tempi che ci vedono in loop in un ego trip condiviso, davanti al nostro specchio delle brame/smartphone/totem. Quali ostacoli ho incontrato nel mio percorso musicale? La mediocrità, la superficialità, l’ego smisurato di alcuni, tutti aspetti che rendono tutto molto molto faticoso”.

Domanda che ti avranno fatto in tanti… ti abbiamo visto in tv con Gramellini. Considerazioni di quell’esperienza?

“A me i backstage sono sempre piaciuti tantissimo e l’esperienza in Rai è stata vivere qualche mese nel paese delle meraviglie del backstage, quindi bene. Poi sei dentro ad una grande produzione televisiva quindi è interessante per mille motivi per chi lavora nel mondo dello spettacolo (se vuoi un giorno ci beviamo una birra e ti racconto due ore di cose). Aggiungi a tutto questo che durante quel lavoro sono stato innamorato di Ambra Angiolini per almeno 5 settimane… per chiudere, le telecamere sono una palestra, vanno affrontate in qualche modo, quindi è utile averci a che fare ogni tanto…”

Navigando tra i tuoi lavori ci casca l’occhio sul concerto spettacolo DANZA, MUSICA LIVE E VISUAL con MM Contemporary Dance C., Africa e Architorti e poi Peter Greenwaway + Architorti – Film and Music. Musica in connubio con diverse forme di espressione artistica. Due parole su questo?

“Difficile dare una risposta non banale, non ce la farò infatti. Penso che l’uomo sia strutturato naturalmente per fruire di esperienze cross-disciplinari, la musica di per sé è un elemento che può vivere autonomamente, è un’espressione artistica finita in sé stessa, che non ha bisogno di altri elementi per esprimersi e realizzarsi. Quando si accosta la musica ad altre discipline si completa potenzialmente l’impatto narrativo o emozionale di un lavoro, o meglio, quando questo avviene, il tentativo è dalla partenza quello di creare un lavoro di un altro tipo rispetto ad un lavoro musicale puro, più completo e ricco(?). A volte è la musica ad essere al servizio delle immagini o della danza, a volte l’opposto, come sempre poi ci sono opere di basso e di alto livello, e alcuni lavori dove ogni disciplina raggiunge livelli altissimi. Parlando di cinema io condivido con M. Robino la fortuna di collaborare con un grande maestro del cinema, è una cosa che ci ha insegnato tanto, anche proprio sul nostro terreno, la musica…”

Architorti, Africa, Greenaway, Vergnaghi, Quartetto Maurice, T-bone & the Young Lions, Mao, Giuliano Palma, Hillyard, Meg, Bianco e molto altro…passato, presente e futuro?

“Ci sono collaborazioni che fai e che non è detto che ricapitino tutti gli anni come è successo con i Subsonica per una versione acustica di un loro brano, o con Coez per due brani in un suo disco, o cose quasi fortuite come aver condiviso il palco con Teho Teardo e Blixa Bargeld per la loro data torinese. La maggior parte invece continuano negli anni, come quelle con Mada e Bunna e gli Africa Unite, Meg, Dave Hillyard, Larry MacDonald, Architorti, Peter Greenaway, ne ho di aperte e di apribili e nel futuro vedremo, è un fatto chimico e karmico”.

Prosegue il nostro challenge. Un artista curioso e tendente alla conoscenza come te avrà nel suo cassetto qualche curiosità da chiedere ad un musicista pinerolese… da chi andrà Groovin’ anche per te?

“Uno con cui è sempre illuminante parlare di musica, Olmo Costa”.


Questa veloce chiacchierata ci ha fatto conoscere un Benz capace di fermarsi, all’interno del vortice della vita. In grado di voltarsi anche indietro per riflettere sui piaceri che provava da bambino o sulle aspirazioni ed i sogni del Marco Gentile ragazzo. In quest’ottica ascoltiamoci la nostra “esclusiva” audio della settimana. Il brano si intitola “May”, dove Benz ci spiega appunto (E VISTA LA BELLEZZA DEL COMMENTO ABBIAMO VOLUTO LASCIARLO PRATICAMENTE INTEGRALE) come per noi, non abbia voluto presentarci un suo lavoro futuro, ma andare a toccare le corde malinconiche dell’introspezione. “Questo brano faceva parte del disco mai pubblicato di Obomobo, la band formata da me, Pakko e Olmo (Costa)… Questo è l’unico brano del disco che avevo registrato io come demo a casa, da solo, anni prima di fare il disco e che poi è rimasto così anche nel disco finito. Ci piaceva un casino il mood che era uscito fuori in quella mia take casalinga e abbiamo deciso di non ri-registrarlo nella versione “in bella”…avrò avuto 18 anni …ho registrato voce e chitarre e pioggia sul vetro (che romanticone) con un mic AKG di mio padre di quelli iper direzionali chiamati in gergo “fucili” perché sono microfoni lunghi (60 cm circa), lui lo usava per la sua attività di ricerca ornitologica di rapaci nei boschi, puntandolo in direzioni diverse riusciva a capire in quale direzione nel bosco a distanza di chilometri stesse cantando il gufo di turno… È un pezzo in 3/4, era maggio e io iniziavo a pensare ad andarmene di casa. Classici temi di quell’età con un discreto carico di malinconia adolescenziale che a noi piaceva tanto, ma che volete, noi ragazzi di campagna siamo così, cantiamo di cose semplici”.

May – Marco ‘Benz’ Gentile

Ma non ti preoccupare Olmo e preparati. Noi di Groovin’ ci commuoviamo ma poi non dimentichiamo gli obiettivi. A breve ti ritroverai una nostra notifica. Una richiesta di contatto. Anche tu passerai sotto la lente di Groovin’. Perché la gente vuol sapere. E noi glielo diciamo.

Nico

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Il diritto di opporsi – La storia dei Delinkuere (1995-1998)

Mi è sempre piaciuto raccontare la realtà locale del “mio” tempo, la Pinerolo che era provincia ma voleva sentirsi città ; quella underground che lottava contro il perbenismo, al suono di ritmi pestati e chitarre distorte. Narrare tutto questo può contribuire, credo, a mantenere viva la memoria storica di un periodo estremamente fecondo per la musica autoprodotta del nostro territorio.

Scriverò di un gruppo che dalle nostre parti è rimasto particolarmente vivo nei ricordi dei tanti cultori del punk, inteso come musica ed etica : i Delinkuere. Ancora oggi, a volte, trovo persone che mi citano il testo di “Deserto” o mi dicono di avere ancora la cassetta di “Fabbrica, patria, chiesa, famiglia”. Sarei ipocrita se negassi che la cosa mi fa molto piacere.

I Delinkuere nascono nel 1995. La loro origine si deve fondamentalmente a due “figuri” molto attivi nella Pinerolo underground di quei tempi : il sottoscritto, Guido Rossetti, e Manolo Ronzino. Io arrivavo dalla disarmante fine degli Affittasi Cantina “storici”  di cui avete già letto mentre Manolo si era appena lasciato alle spalle la fine dei Pigs Killer, causata dalle classiche “divergenze artistiche”. Uscivamo entrambi con le ossa abbastanza rotte da due progetti nei quali, a livello emotivo,  avevamo investito davvero molto  e cercavamo ardentemente una situazione che potesse coinvolgerci appieno. Va detto che quella Pinerolo era vivace come il reparto “terminali” di un gerontocomio e che l’effetto ormai decennale del riflusso stava spazzando via ogni singolo tentativo di resistenza umana. Ogni realtà locale, anche la nostra “panettone-city”, pagava un tributo pesantissimo a questo squilibrio di forze così marcato tra la vita vera e l’omologazione. Nel nostro piccolo, sferrammo un  colpo di coda nell’oceano del conformismo e ci lanciammo “anema e core” nella genesi di questo collettivo punk di ispirazione libertaria che, penso di poterlo affermare, è stato uno dei più riusciti che il nostro territorio ricordi.

Reclutammo Karenza,  il “Jello Biafra del pinerolese” al secolo Carlo Decanale, già frontman dei Mahknovcina e dei “Barboncini” e Andrea Ghidella, valido chitarrista, sospeso tra rock-blues ed hardcore. All’inizio del 95 vissi uno di quei periodi, purtroppo irripetibili, di ispirazione e culo insieme, e in meno di un mese scrissi quasi tutto il materiale che compose il nostro esordio su cassetta. Il nastro in questione è il già citato  “Fabbrica, patria, chiesa, famiglia”. Alla scrittura del materiale contribuì anche Andrea con il suo chitarrismo sghembo e geniale. In una tiepida serata di ottobre del 95, presentammo la cassetta  a “El Paso occupato” di Torino, uno di quei posti a cui sarò grato in eterno per i dischi, i libri, gli incontri, i concerti, l’alcool e tutte  le “storie” che mi hanno certamente cambiato la vita. I posti occupati sono stati delle vere e proprie oasi di vita nel serraglio del qualunquismo e dell’omologazione. Quando qualcuno gioisce per uno sgombero lo mando puntualmente a cagare perchè mi sembra giusto.

…ma torniamo ai Delinkuere. 

All’ esordio, riuscito e veloce, seguirono immediatamente vari concerti nel circuito torinese delle case occupate che furono accolti positivamente dalla cosiddetta “scena” punk. Proseguimmo nella composizione di materiale nostro e, a fine ‘96, fummo piacevolmente coinvolti nel progetto “We bastard motherfuckers”; una collana di tre CD che si proponeva di rappresentare esaustivamente il panorama punk-hardcore italiano di allora. Partecipammo alla compilation con “Ellis one unit death row”,  anthem anticarcerario scritto a quattro mani  da me e Karenza. Ellis unit è il braccio della morte della prigione di Huntsville, in Texas. La pubblicazione era curata dalla BluBus, l’ etichetta aostana, totalmente “Do-It-Yourself”  dei grandissimi Kina, l’unica etichetta che ritenevamo accettabile. Eravamo degli strenui fautori di una politica di auto-produzione e auto-distribuzione apertamente ostile al “mercato”. Sono ancora convintissimo della validità di questa posizione. Ci sentivamo un collettivo  e, come tale, volevamo essere aperti a più persone e forme espressive.

Ci ispiravamo, nel piccolo, a ensemble dall’importanza incalcolabile quali Franti e Crass, gente che aveva ispirato decine di migliaia di piccole realtà come la nostra. Allo scopo, decidemmo, sempre nel  1996, di reclutare il performer Antonio Falcone, per rinforzare il nostro impatto visivo. Pensavamo di riuscire a comunicare le nostre idee molto più efficacemente associando a delle parole delle immagini appropriate. Il contributo scenico di “Nino” fu fondamentale nella preparazione delle performances del gruppo fino all’anno successivo. Ad ogni concerto distribuivamo un volantino con i testi delle canzoni e materiale informativo sugli argomenti trattati nei testi; il livello di consapevolezza era alto e questo favoriva l’interazione tra noi e chi aveva piacere di venirci a vedere. Il performer era IL personaggio che condiva questo flusso di comunicazione in modo leggero e divertente, portando in scena i soggetti di cui le canzoni trattavano in modo spesso irriverente.

…«Pensa un po’, pensa un po’: avvitare due bulloni e il terzo no…»

(Canzoniere del Potere Operaio di Pisa)…………………………………………………………………………………

“Prendevo a prestito” in fabbrica  tutto il materiale diffuso dal gruppo prima dei concerti. Fotocopiavo, tagliavo, incollavo, scrivevo, in un’epoca in cui il computer era ancora relativamente poco diffuso. Lo facevo sul lavoro, ingegnandomi in maniera efficace per nascondermi e mi riusciva bene. Ne sono molto orgoglioso. I volantini, di cui ho conservato tutti gli originali,  erano tutti rigorosamente concepiti e preparati durante l’orario giornaliero in ossequio alle più ortodosse pratiche anticapitaliste di orientamento anarchico. Era la mia personale forma di vendetta contro il pattume morale della fabbrica e la sua disumanità stupidamente spacciata per valore. Il lavoro è una delle grandi truffe del nostro tempo; è un’arena nella quale gli stupidi trovano una rivalsa verso la loro mancanza di qualità. Dietro frasi palesemente ipocrite quali “Devo dire grazie all’azienda perché mi ha dato una possibilità di crescita” o “Ho dato la mia disponibilità” si nasconde il servilismo di ominicchi che, oltre al denaro, cercano  la pacca sulla spalla da parte  del padrone, proprio come un cagnolino da passeggio. Questo meccanismo, per nulla morale, è utilizzato dal potere per facilitare il controllo sociale sulla massa di minus habens in mezzo a cui viviamo quotidianamente e che sono complici della tossicità di un sistema in cui i pochi sani “non competitivi” faticano sempre più a sopravvivere.

Questa è stata una delle tematiche fondanti per i Delinkuere. “Non mi va di sanguinare per il senso del dovere” era una specie di mantra più che un ritornello. Diceva saggiamente Caparezza una decina di anni fa : “………..La situazione è delirante, è come la naja, dove chi più aveva potere più era ignorante………………..” ( da “Nessuna razza” )

“…Ci sforzavamo di comunicare, per ogni gruppo c’era un volantino. Si riteneva fosse più importante quello che si diceva, come lo si faceva…”

( Citazione da “Sembra tutto uguale”, Panico, 2008 )

In quel periodo l’impronta della band, i testi, i volantini erano fortemente influenzati dal pensiero anarco-comunista di Cafiero,  da letture “estreme” quali il “Sabotaggio” di Pouget o “Dallo sciopero selvaggio all’autogestione generalizzata” di Vaneigem. Anche la componente anticlericale era cantata e ostentata goliardicamente in “Sbirro dell’anima”, possente anthem locale contro la deriva cancerosa delle religioni organizzate che parecchi vecchi rockers locali ricordano. Mi appagava molto vedere il performer che iconizzava la figura del prete come un fantoccio rivestito di sacchi neri della spazzatura e danzava in maniera surreale su una base musicale scarna e tagliente, sposata a liriche ostili a qualsiasi forma  di controllo del pensiero. La definizione di “oppio dei popoli” che Karl Marx dava della religione è un’ affermazione che trovo assolutamente centrata. Condividevamo un sano e goliardico anticlericalismo che resiste tutt’ora.

“E quanti anni ci sono voluti perché da solo imparassi anch’ io, a rider dei preti bigotti e fottuti e ad infischiarmene del loro dio…”

( Cit.  Claudio Lolli, “Prima comunione”, 1975)

Sempre in quel proficuo 1996, suonammo anche  alla festa di radio Blackout all’ex CNR di via Vigliani, a Mirafiori. Nell’occasione eseguimmo “Sono diverso”; scritta da Andrea Ghidella ; probabilmente la prima composizione sull’omosessualità suonata da un gruppo di Pinerolo. Partecipammo alla performance “Concerto per l’anarchia”, tenutasi a Caselle per la federazione anarchica torinese, insieme a Stefano Giaccone, storico leader dei Franti, un amico ed un artista dallo spessore davvero notevole, ispiratissimo ancora oggi. All’ inizio del 1997 qualcosa cambiò. Andrea  Ghidella abbandonò il gruppo  e il suo posto fu preso dal giovanissimo Paolo Perotti, in seguito noto “audionauta” nella galassia torinese dell’informatica musicale. Entrammo in studio con la formazione rinnovata per incidere il nostro primo CD intitolato “Caduto da eroe”. La composizione divenne collettiva. Tra le varie tracce spiccano l’inno animalista “A proposito di Keith”, scritta da Karenza,  dalla melodia accattivante e dal testo dedicato a Keith Mann, attivista dell’ “ALF – Animal liberation front”, ingiustamente incarcerato e la nota, a livello locale, “Deserto”, certamente la composizione più matura che il gruppo abbia mai suonato, dedicata al senso di accerchiamento vissuto da chi non accetta supinamente le regole e le convenzioni della cosiddetta “morale comune”. Il CD venne accolto bene dal panorama punk locale e torinese e ci permise di suonare  anche al di fuori del nostro consueto raggio d’azione. Nel frattempo, ci separammo non senza rimpianti dal performer.

Dopo un bel concerto alla mitica “Delta House” di Via Stradella,  risuonammo con gli americani  “Horace Pinker” sempre a “El Paso occupato” dove tornammo anche nel ‘98 per la terza volta, insieme ai genovesi Kafka in una kermesse No Tav per raccogliere fondi per le spese legali sostenute da Edoardo Massari e Maria Soledad Rosas, primi martiri dell’indegna querelle legata alla tratta Torino-Lione. Calcammo anche il palco del  CSA “Murazzi” con i Pansy Division, queer band statunitense molto in auge all’epoca e dividemmo il palco anche con i celebrati Subsonica; personaggi davvero poco piacevoli e per nulla “alternativi”  rispetto al mercato e alle sue regole cancerose, anzi…

Il 1998 fu l’anno in cui violammo i “patri confini”. Uscimmo dall’Italia per suonare al “Festival libertaire” di Digione, valida kermesse anarchica organizzata dal collettivo “Maloka” poco dopo aver suonato in Veneto, a Padova, al “Tube”, locale della scena punk del nord-est. Iniziò, purtroppo, un periodo di scarsa ispirazione e di attriti vari che iniziarono a minare la saldezza del gruppo. Ci sciogliemmo dopo la registrazione del secondo CD “Delinkuere”, del 1998 non senza dei più che comprensibili rimpianti. Il secondo album è forse il più completo da un punto di vista musicale e suona in modo forte e rude, come eravamo noi sul palco ma il suo torto è quello di essere arrivato quando la magia era finita. Farla finita fu la scelta più saggia. Meglio un taglio netto che un accanimento terapeutico che nessuno di noi avrebbe voluto. Quando l’incanto  finisce non lo puoi ricreare. Ironia della sorte, pochi anni dopo lo scioglimento del gruppo, il noto artista della fantasmagoria Andy Rivieni, scrisse proprio su “Groovin”, all’epoca non ancora su Facebook, una frase che ci colpì molto: “I Delinkuere sono stati al tempo stesso l’apice e il canto del cigno prima dell’avvento dell’era delle cover”. Questa affermazione netta pare adattarsi bene alla storia di una band che, comunque la si guardi, ha cercato di raccontare la quotidianità partendo dal Pinerolese, dai suoi personaggi, dalle sue dinamiche, spesso restrittive, di realtà provinciale. 

Col senno di poi sarebbe stato molto bello collaborare con gli altri gruppi della nostra scena. Spesso faceva capolino un po’ di competizione, c’era chi voleva essere sempre il più “duro e puro”. Questo non fece bene a nessuno e non si riuscì ad evitarlo. Umanamente, parlo a titolo personale, ho mantenuto la stessa impostazione. Ciò che scrivevo e sentivo ai tempi è perlopiù ciò che sento ora. Non mi sono ritagliato una nicchia in un partito, magari “progressista” o in una istituzione locale e, ampiamente superato il mezzo secolo di vita, lo ritengo un successo. Qualche figuro di quei tempi, oggi inserito a pieno titolo nella società “adulta  e borghese”,  mi ha chiesto: “ma ci credi ancora ?”, riferendosi sarcasticamente agli ideali che vivemmo negli anni ’90. Eccome se ci credo ancora. I ravveduti mi fanno pena, loro con  le loro ridicole giacche e cravatte. Anche i miei compagni di percorso hanno obbedito allo “Stay human” di Arrigoniana memoria. Non è male.

A questo punto qualcuno potrebbe legittimamente chiedersi il senso di questo scritto. La risposta non può essere una sola: da un lato ritengo sensato ricordare un periodo della “nostra” storia musicale che altrimenti annegherebbe nell’oblio. Auspico che anche altre band, penso a Barboncini, Mahknovcina, Teatro del Reale o altri ancora abbiano voglia di raccontare quel tempo e magari di ripescare del materiale musicale “Pinerol-vintage”. Sarebbe una cosa stupenda. Se penso a quante belle canzoni sono state composte da queste ed altre band, mi dispiace che non siano conosciute, che non se ne parli; che tutta questa creatività possa rimanere sepolta sotto la cenere dell’oblio. Da un altro punto di vista, rivendico il diritto alla mia modica dose di nostalgia. Chissà che qualche giovanotto non possa provare interesse a leggere cosa si suonava e con che intenzioni, proprio qui nella nostra placida provincia…

Discografia dei Delinkuere ( 1995-1998 ) :

  • “Fabbrica, patria, chiesa, famiglia” – cassetta autoprodotta – 1995
  • “We bastard motherfuckers” Vol. 2 – compilation edita da BluBus di Aosta – 1996
  • “Caduto da eroe” – CD autoprodotto – 1997
  • “Delinkuere” – CD autoprodotto – 1998

DESERTO

Secoli fa avrei gettato il cuore oltre l’ostacolo

Oggi la rabbia muore dentro i discorsi che ti dan la nausea

………..nel mestierante che dice a tutti quando si devono arrabbiare

Nel deserto più deserto del mondo dove nessuno mai perde tempo a pensare

Ora è facile, pensare sembra quasi inutile

Ogni idea muore davanti a un’opinione comoda

…………………..nei binari tracciati da altri dove tu devi solo marciare

Nel deserto più deserto del mondo , dove nessuno mai si vuole mostrare

Di fronte a me stanca indifferenza, dentro di me cede la speranza

Di fronte a me stanca indifferenza, dentro di me cede la speranza

Se prima volevo discutere, oggi do ragione a tutti purché vadano via

Se prima volevo discutere, oggi do ragione a tutti purché vadano via


NEW MIND DISORDER – Jambalaya 37

Il 31 marzo è stato rilasciato sulle principali piattaforme di streaming il nuovo EP dei Jambalaya 37 dal titolo “New mind disorder”. Il mini album rappresenta il secondo capitolo di una trilogia iniziata con il precedente “New mind order”, pubblicato verso la fine dello scorso anno, che dovrebbe completarsi prossimamente con un terzo episodio di cui ancora non conosciamo i dettagli. I due lavori sono accomunati non soltanto dal titolo simile, o dallo stesso numero di tracce, cinque, ma anche dai contenuti artistici. Entrambi infatti includono registrazioni tratte dal medesimo live, un concerto tenutosi nell’estate del 2018 negli spazi dell’Ecomuseo Feltrificio Crumiere di Villar Pellice.

Le similitudini tra i due lavori sembrano però finire qua. I due EP infatti risultano molto diversi tra loro grazie a una scelta produttiva che ha voluto scindere in modo piuttosto netto le due anime della band. “New mind order” e la sua scaletta completamente strumentale ne sottolineavano il lato jazz, seppur filtrato da componenti funk ed acid e da sonorità che strizzavano l’occhio all’elettronica. Nel “nuovo disordine mentale” invece, seppur accompagnata da un suono che si riconnette senza discontinuità al percorso creativo intrapreso negli anni dai Jambalaya 37, si riafferma la forma-canzone, già frequentata in alcune composizioni del passato ma totalmente assente nel precedente lavoro. Questa tendenza riavvicina lo stile dei Jambalaya 37 a personali forme di Nu Soul. Va detto che rispetto ai mostri sacri del genere – penso a un John Legend, tanto per fare un nome – permane il mood generale di tipo jazzistico che è l’origine primaria della musica del quartetto, ma gli elementi specifici che rimandano al linguaggio di genere restano relegati quasi esclusivamente ai momenti solistici e a sporadici inserti strumentali come ad esempio lo special di “Bubbles”. O al limite al brano “Song number five”, dove la linea vocale è una sorta di scat, sorretta da un impianto relativamente distante dalle forme del pop. In generale infatti le strutture si semplificano. L’ascolto si fa più facile, le melodie e gli accostamenti armonici sono tendenzialmente più comuni. A tratti, la musica dei Jambalaya acquisisce un incedere ritmico quasi dance. Il tutto risulta quindi complessivamente molto più radiofonico, sebbene gli arrangiamenti, sempre molto raffinati, rimandino più allo stile Montecarlo Nights che non ai palinsesti dei network commerciali. Infine una menzione speciale la riserviamo alle sorprendenti doti vocali di Dario Balmas che la presenza del cantato ci permette di apprezzare pienamente. Le coloriture black delle sue interpretazioni si adattano perfettamente al genere ed evidenziano ulteriormente le sue notevoli qualità da polistrumentista: bassista dal grande groove in grado di trasferire live lo stesso “tiro” alle ritmiche di chitarra, ma anche trombettista e cantante di buon livello.

“New mind disorder” dunque porta avanti con coerenza il discorso musicale dei Jambalaya 37, fatto di contaminazioni tra il linguaggio specifico del jazz e le forme del pop e dell’R’n’B. Ma lo fa mettendo una cesura nei confronti della precedente produzione, in cui era il primo a essere in evidenza, raccogliendo i pezzi stilisticamente più vicini alle seconde. Questo permette alla band di poter arricchire la discografia con una certa eterogeneità che riduce al minimo la ridondanza sonora facilmente riscontrabile in molti artisti, portando in primo piano il proprio eclettismo.

Nell’attesa di scoprire quale nuova strada percorrerà il terzo episodio della serie, da “New mind disorder” – che per ora non trovate su supporto fisico, ma solo in ascolto sulle principali piattaforme on line – vi proponiamo “Bubbles”, la nostra traccia preferita, forse quella che meglio riesce a racchiudere tutti i caratteri specifici dei Jambalaya così come emergono da questa ultima fatica discografica: gusto sanguigno per il funk, raffinatezza negli arrangiamenti, tecnica strumentale, e anche un pizzico di divertimento e leggerezza che non guasta.

Buon ascolto.

Ones

Ricordare un futuro, la storia degli Affittasi Cantina

Affittasi Cantina nacquero alla fine del 1989 manifestando sin dal nome la necessità di avere spazi sociali per esprimersi, per i giovani, i teatranti, i suonatori e tutte le persone con qualcosa di vitale da dire. Chiaramente orientati a sinistra e ispirati alla filosofia libertaria, si inserirono in maniera del tutto naturale nel filone della musica politicizzata, legata ai concetti di autoproduzione e autodistribuzione, che comprendeva gruppi storici quali Barboncini, Mahknovcina, Cracsi Acidi, Affittasi Cantina medesimi e, in seguito Fichissimi, Delinkuere e altre band ancora.


Il loro primo nucleo comprendeva Alberto Bassani alla voce, Andrea Serafino e Luca Barbero alle chitarre, Andrea “Testa” Fabbris al basso. La parte della batteria era svolta, con i limiti che ciò comportava, da una drum machine della Roland, identica a quella adottata dai primi CCCP-Fedeli alla linea, molto in voga all’epoca ma chiaramente non adatta a sostituire un batterista in carne ed ossa. Con questa formazione embrionale, i quattro pinerolesi registrarono un nastro comprendente un paio di canzoni, a Barge, presso lo studio dei fratelli Gambedotti. Questa incisione, non curatissima, è stata portata in formato digitale da qualche anno e costituisce una valida testimonianza della tappa irrinunciabile dei gruppi di allora : la cassetta demo. Con questa formazione, la band comparì sulle pagine del magazine locale ” L’Eco mese” per una concisa intervista in cui Alberto descriveva il progetto e le sue intenzioni espressive. Sempre con questa line-up, il gruppo si esibì in alcune birrerie del circuito locale denotando fin dall’inizio una certa disinvoltura nel “tenere” il palco. Le cose iniziarono a farsi più serie nel 1993 quando l’allora neonata Rifondazione Comunista invitò gli Affittasi ad esibirsi al palasport di Parco Ruffini a Torino in occasione di una kermesse di gruppie solisti (tra i quali Francesco Baccini e gli Statuto) per la celebrazione del 25 aprile. Proprio in quel periodo, il gruppo stava vivendo una profonda trasformazione musicale e politica che portò sul palco del palasport quella che si può definire la formazione “storica” che comprendeva Alberto Bassani alla voce, Guido Rossetti al basso e alle seconde voci, Andrea Serafino alla chitarra solista, Luca Barbero alla chitarra ritmica e Claudio Meirone alla batteria. Una situazione così bella venne in parte rovinata dal furto della Y10 di Alberto, rubata nel parcheggio di parco Ruffini, ma innegabilmente i cinque pinerolesi uscirono galvanizzati da quella serata così importante.

Dopo queso roboante esordio, iniziò un biennio in cui gli Affittasi si esibirono frequentemente nel circuito dei centri sociali di ispirazione comunista e delle case occupate anarchiche. Nel novembre del 1993, nel pieno del quartiere “Vallette”, all’Isabella occupata, presero parte a un’altra piccola kermesse in cui ebbero modo di dividere il palco, tra gli altri, con i “mitici” combat-rockers torinesi Mirafiori Kidz, una sorta di istituzione musicale nel panorama antagonista di quel periodo e con i ragazzi campani della Salerno posse. Era una struttura occupata da poco, priva di vetri e dell’impianto di riscaldamento. Come era consuetudine in molti posti occupati, l’energia era fornita da un generatore e ogni sorta di comfort era comprensibilmente interdetta ma la voglia di divertirsi e cantare le proprie canzoni era più forte del freddo e delle condizioni approssimative del palco. Anche il “CSA Murazzi”, il “Gabrio” (che i nostri “inaugurararono” nel 94 insieme ai torinesi Figli di Guttuso ), la mitologica “Lega dei Furiosi” ai Murazzi del Po erano altri luoghi “tradizionali” dell’antagonismo torinese in cui spesso i gruppi pinerolesi di maggiore spessore trovavano voce. Frequentemente nello stesso periodo, a volte nella stessa serata, poteva capitare di trovare Affittasi Cantina, Cracsi Acd, Barboncini o altri ad eseguire le loro canzoni.

In quel periodo i cosiddetti “gruppi di base”, altra definizione vintage, avevano un’altra grossa chance di “diffondere il loro verbo” ; i festival. Gli Affittasi Cantina suonarono al “Serate in piazza” di Pinerolo con Scopito Coast e Blue Elmer’s, ad uno dei primi festival per radio Black-out, al parco delle cave di Piossasco nel giugno 93, alla fontana ferruginosa di San Secondo in un piovoso 10 luglio in cui momenti di punk-rock sfrenato si alternavano ai raffinati virtuosismi del giro dei jazzisti pinerolesi con i quali ci si tollerava senza problemi di coesistenza nonostante l’appartenenza a bacini espressivi radicalmente differenti. Vanno ricordate altre situazioni simili quali, ad esempio il Nonepalooza del 94, il festival pinerolese per antonomasia: “l’Autogestito di corso Piave” e poi quello che tutti noi portiamo nel cuore ma anche nel fegato e nei polmoni ossia “Salza music”, un meraviglioso, inimitabile e frequentatissimo meeting di ragazzi amanti della buona musica, della birra, dell’hashish e dello stare insieme. Raccontare ciò che era Salza music in quel tempo, richiederebbe un capitolo a parte. Chissà che un giorno qualcuno non decida di descriverlo ad imperitura memoria… Gli Affittasi ebbero la grande fortuna di prendervi parte due volte, nel 93 e nel 95, suonando sempre il sabato sera da mezzanotte all’una.

In quel tempo, così lontano culturalmente dall’attuale, un altro modo possibile di suonare in ambienti friendly era certamente rappresentato dai circoli Arci come lo storico “Da Giau”di Torino sud o dai pub music-oriented come il gettonatissimo “4 assi” di None, gestito dal simpaticissimo “Gianni il metallaro”. A livello locale contribuirono, suonandoci in diverse occasioni, all’avventura del neonato “Stranamore”, circolo culturale attivissimo dal 1994 e attentissimo alla “scena” punk-rock locale. Va anche ricordato che durante gli anni ’80 e nei primi anni ’90, il “Festival dell’unità” era ancora un happening sentito dai giovani politicizzati amanti del rock e anche quello fu un palco che Affittasi Cantina calcarono alcune volte.

Nel frattempo alla chitarra solista era arrivato il valido Umberto Cerutti, già nei Mahknovcina ed in seguito componente dei Wah Companion di Ruggero Catania. Non era solo un valido chitarrista ma anche un ottimo fonico che curò tutta la parte tecnica della registrazione di “Liberi tutti”, avvenuta nello studio degli Africa Unite, all’epoca ubicato in piazza Banfi. “Liberi tutti” uscì come miniLp in formato 45 giri all’inizio dell’autunno del 1995. Come nei migliori psicodrammi d’autore, la band ebbe la sventurata idea di sciogliersi immediatamente dopo la pubblicazione del disco in questione e di non riuscire, in seguito, a ricreare l’atmosfera magica degli esordi. Lo scioglimento fu dettato dalle classiche “divergenze artistiche” ma anche da sensibilità politiche diverse che iniziarono a farsi strada all’interno dalla band. Ci furono dei tentativi di ricomporre il gruppo ma nessuno di questi portò la vitalità che sarebbe stata necessaria. Alberto, per alcuni anni andò a vivere e a lavorare a Milano, Guido si immerse nei “Delinkuere”, Claudio iniziò a suonare cover mentre Umberto proseguì nel mettere a frutto il suo talento di chitarrista e di tecnico del suono in altre situazioni. Luca, invece, appese la chitarra al chiodo. Fu una fine abbastanza veloce e inaspettata che colse un po’ tutti di sorpresa ma soprattutto fu un taglio così netto da non poter essere ricomposto. Dal 2016 il gruppo si è riformato assumendo la denominazione di ”Affittasi Cantina – rotten rock band”, ma questa è un’altra storia di cui avete già letto, proprio in questo spazio.

Alla prossima…

Guido

Breakfast With Nik 2003: intervista a Mattia Barbieri

La rubrica Breakfast with Nik, uno dei principali appuntamenti del Groovin’ classico, nel 2003 intervistava uno dei batteristi jazz più importanti degli ultimi vent’anni tra quelli nati e cresciuti a Pinerolo e dintorni. Stiamo parlando di Mattia Barbieri, un musicista che a guardare il suo curriculum e le sue collaborazioni c’è veramente da impallidire. Sedici anni fa lo incontravamo e ci facevamo raccontare il suo momento in questa bella intervista redatta da Nik. In attesa magari di riaverlo sulle nostre pagine oggi, vi riproponiamo la chiacchierata di allora in versione integrale. Buona lettura.

Ones


Da http://www.groovin.it – 2003

Cari amici di Groovin’ è con particolare piacere che in questo numero di “Breakfast with Nik”, voglio raccontarvi l’incontro che noi dello staff abbiamo avuto con uno dei batteristi più in “tiro” nel panorama musicale pinerolese. Un nostro amico, Mattia Barbieri. Durante quella lunga e divertente serata di fine inverno passata alle “Cantine”, un Mattia in grandissima forma, reduce dalla grandissima esperienza fatta come batterista di Rossana Casale, ci ha veramente sviscerato tutto su di lui per lo meno come musicista. Le paure ma anche le sicurezze di un ragazzo proiettato verso la realizzazione di una professione-sogno che a dispetto di un fascino sconfinato, mette sul piatto una serie di tappe, che portano con loro dubbi ed ostacoli da superare.


Ma la parola professione, al nostro caro ospite non va proprio a genio: “Come devo considerarmi? Sono un professionista? Questa per me è sempre stata una situazione ambigua e difficoltosa. E’ vero, studio tutti i giorni musica. Come un impiegato va in ufficio tutti i giorni, ma non riesco a vederlo come un lavoro. Per me tenere un concerto jazz, è un piacere, una soddisfazione. Il jazz è quello che amo e trovo veramente fastidioso farmi pagare per una cosa che in fondo è la mia vita“. Continua a persistere nella testa di Mattia quello spirito che lo ha portato ad avvicinarsi alla musica. Quel gusto nel suonare, che glielo fa sentire sempre come se fosse il suo hobby. Cosa c’è di meglio che riuscire ad unire le due cose? Ma questo l’ho aggiunto io. Per lui, definire la musica un lavoro è sminuire il tutto. Prima di tutto “musica =passione”, poi il resto.
Mattia ha alle spalle studi come cuoco all’alberghiero di Pinerolo: “Ma l’ho fatto solo per avere una sicurezza in più, una seconda scelta nel caso avessi dovuto tornare a suonare nelle cantine, davanti a soli amici o chiuso in casa mia“.
Passione ma sovente anche sacrifici: “Da sempre, per mantenermi questa mia passione e non essere di peso ai miei genitori, ho cercato di tirare su qualche soldo con l’arte che avevo imparato. Facevo ancora le superiori quando partivo il venerdì pomeriggio per andare a suonare liscio (che non sarà il massiomo ma si viene ben pagati), magari in Liguria. Tornavo a casa alle 5 del mattino ed alle 8.20 entravo a scuola per il sabato. Quindi di nuovo via per il week-end musicale con ritorno a notte fonda della domenica. Tre ore di sonno e poi via con la settimana scolastica. Lo facevo perché ne avevo necessità, ed ovviamente provavo grossa soddisfazione“.
Già la necessità di fare soldi per suonare. Questo sembra in contrasto con l’idea tipica del musicista che può farsi una persona poco esperta. La realtà purtroppo é che la strumentazione costa molto, e per poter esprimere quella magia che solo la musica può trasmettere e per poter entrare in sintonia con ciò che si deve eseguire, fondamentale è avere la strumentazione giusta. ” E’ sbagliato pensare che non sia possibile suonare più generi. Sicuramente ci sarà quello nel quale si è più forti. Nel quale si eccelle, anche perché forse è quello che si preferisce, come nel mio caso il jazz. Però una mentalità aperta a tutte le strade, che comunque sono esperienze di crescita personale ed una strumentazione adatta alle sonorità da ricercare, rendono possibile il salto dal rock al pop fino al jazz. Un ottimo batterista jazz, ha tutto per essere anche un ottimo batterista pop e viceversa“.
Un vero musicista Mattia, spinto da forti motivazioni. Per lui l’unico motto valido è quello di essere non apparire. Non reputa che esista una frattura così marcata tra generi di musica, come molti invece sostengono. Non si può e non si deve parlare di musica di serie A e musica di serie B: “Ok, sono prevalentemente un jazzista. Amo il genere ed è quello che mi da più sensazioni ed emozioni. Mai però ho pensato che fosse vera una classifica di generi. Ho suonato tantissime volte rock, pop e generi da alcuni ritenuti minori. Meno elevati. Non credo assolutamente inoltre che questo sia stato uno scendere a compromessi. Se si vuole fare il professionista bisogna però essere realisti. Vivere di jazz oggi è difficilissimo“.
Da ogni esperienza insomma, se la si prende con positività, si può trarre un insegnamento. Importante a questo punto è solamente capire quali sono gli obiettivi che si vogliono raggiungere: “Quello che a me interessa non è la fama televisiva. L’essere riconosciuto dalla gente. Fondamentale è conoscere l’ambiente musica e farsi conoscere, per poi poter essere chiamato come musicista. Ognuno ha un suo ruolo preciso. Quello del front-man è di cantare ma anche di fornire un’immagine il più possibile riconoscibile ed unica. Quello di un batterista e’ di suonare bene, non apparire ad Mtv. Molto diverso è l’essere famoso ed avere notorietà, rispetto ad essere conosciuto nell’ambiente“.
Di sicuro non si può dire che Mattia sia uno che si fermi dopo aver raggiunto dei traguardi. Infatti: ” Non amo molto essere legato ad un unico progetto. Il far parte unicamente di una band può, secondo me, chiudere molte porte e risultare quindi limitativo. Nell’ultimo periodo infatti ho preso parte a discorsi diversi, alcuni dei quali tutt’ora proseguono con ottime prospettive. Dopo essere stato per anni uno dei MONOVOX, gruppo prodotto dai Subsonica, attualmente suono con la “Beppe Nicolosi Band”, che oltre a Beppe e me comprende alle tastiere Andrea Bozzetto, Simone Boffa alla chitarra e Diego Ventura al basso. Ho fatto parte, per la “Biennale di Torino”, dell’ “Orchestra Europea” di Furio di Castri, e questa è stata veramente qualcosa di irripetibile. Non solamente per l’internazionalità dell’evento, ma anche per l’incontro-confronto tra generazioni diverse di musicisti che si è venuto a creare. A capodanno ho fatto da “session-man” agli “Amici di Roland” e sto lavorando con Tiziano Lamberti per la produzione di un nuovo disco molto interessante sia a livello musicale che di testi“. 
Insomma molto interessante questo Mattia Barbieri. Peccato che la bottiglia di Barbera ormai sia finita e con lei la nostra bella chiaccherata. Alla prossima.

Nik

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